Omelia del Rev.mo Dom Donato Ogliari 10 ottobre 2017

Posted by on Ott 18, 2017

  1. MARTIRI VOLTURNENSI – OMELIA

Abbazia di S. Vincenzo al Volturno – 10 ottobre 2017 Professione temporanea di Sr. Maria Gabriela delle Gloriose Piaghe di Cristo

 

La Parola del Signore che abbiamo ascoltato nel brano evangelico (cf. Mt 10,17-22) – tratto dal cosiddetto “discorso missionario” di Gesù – ruota attorno al tema della persecuzione. Un tema che ben si attaglia all’odierna festa dei Ss. Martiri Volturnensi, nella quale ricordiamo quei monaci che in questo luogo, sul finire del IX secolo, hanno pregato, lavorato, gioito e sofferto per Cristo, e per Lui non hanno esitato a versare il proprio sangue pur di rimanere saldi nella fede cristiana.

Ma oggi siamo anche stretti attorno a Sr. Maria Gabriela delle Gloriose Piaghe di Cristo che, tra poco, si consacrerà al Signore attraverso la Professione temporanea dei voti di povertà, castità e obbedienza. La concomitanza di questo evento con la festa liturgica dei Ss. Martiri Volturnensi ci sospinge dunque a considerare la Professione che Sr. Maria Gabriela sta per emettere alla luce della Parola del Signore che è stata proclamata.

Innanzitutto, dal brano evangelico deduciamo che Gesù non parla della persecuzione come di un evento sporadico, bensì come di una realtà che accompagna e contraddistingue la vita del credente, avvalorando e autenticando la sua testimonianza cristiana. E nel dire ai suoi discepoli che saranno consegnati ai tribunali, saranno flagellati, saranno accusati dai propri congiunti e saranno odiati da tutti, Gesù offre loro anche la chiave di lettura, condensata in un’espressione che l’evangelista riporta subito dopo il brano che abbiamo ascoltato, e che recita così: «Il discepolo non è da più del maestro» (Mt 10,24). Il che significa che il discepolo non può aspettarsi un destino diverso da quello di Gesù.

E qual era il destino di Gesù? Non era certamente quello di raggiungere una posizione simile a quella dei potenti di questo mondo, anche se chi aveva assistito ai suoi miracoli lo aveva pensato, tanto che, dopo la moltiplicazione dei pani, sarà prospettata a Gesù l’idea di diventare re. Gli stessi apostoli avevano accarezzato l’idea che il loro Maestro e Signore avrebbe instaurato un regno simile ai regni di questa terra e che anch’essi ne avrebbero beneficiato!

Ma non era questo il destino di Gesù! Esso era racchiuso nel mistero della croce, e come tale si prospettava come un destino di umiliazione e di morte. E Gesù Egli lo abbraccerà liberamente perché sapeva che tramite esso, nel dono totale di Sé, si sarebbe manifestata la potenza dell’amore che salva.

Se i discepoli non sono da più del maestro, allora ne consegue che anche noi siamo chiamati ad entrare nel mistero del destino di Gesù e a condividerlo, prendendo su di noi la nostra croce e mettendo in conto l’ostilità e la persecuzione – sia essa fisica, psicologica o culturale – da parte del mondo. Ciò significa che anche noi siamo chiamati ad essere “segno di contraddizione” – come il vecchio Simeone aveva profetizzato di Gesù – e ad accettare coraggiosamente il rifiuto, l’emarginazione o la persecuzione che il mondo mette in atto nei confronti dei seguaci di Cristo e del suo Vangelo. Quest’ultimo, infatti, inquieta il mondo, lo mette in discussione, ne scombussola l’apparente tranquillità e ne smaschera le pretese. Ed è proprio perché il mondo non vuole essere turbato nella sua egoistica ricerca del potere, del predominio sugli altri, della ricchezza a tutti i costi, del successo fine a se stesso, che esso si rivolta contro Gesù e il suo Vangelo.

 

È su questo sfondo – carissima Sr. Maria Gabriela – che anche la vocazione monastica che hai abbracciato si staglia in tutta la sua esigente bellezza. Cercatore di Dio e mendicante della sua misericordia, il monaco è chiamato a dar prova di umile abnegazione e tenace attaccamento all’amore di Cristo, al quale nulla dovrà preferire (cf. RB 4,21), guardandosi bene dal scendere a compromessi e dal mescolare i criteri evangelici con la mentalità del mondo.

 

Il monaco, inoltre, è chiamato a porsi nel mondo come icona di comunione, di fraternità e di pace in mezzo ai fratelli, sforzandosi di conformare quotidianamente le sue parole e i suoi gesti al pensiero di Gesù e allo stile di vita che promana dal suo Vangelo, e testimoniando in tal modo che è possibile vivere insieme, in comunità, illuminati e sorretti dall’amore per Dio e per i fratelli.

Va da sé, poi, l’importanza che la preghiera e la lectio divina rivestono nel far fronte alle lotte e alle fatiche che il cammino di conformazione a Cristo comporta. La preghiera e la lectio divina sono per il monaco come l’aria che respira e che lo mantiene in vita; sono come un manto di luce che lo avvolge e conserva ardente il suo desiderio di Dio; sono il luogo del riposo interiore, del ristoro pacificante e della disinfestazione da ogni lusinga di male; sono il crogiolo nel quale il cuore del monaco si apre alla consolazione del perdono e alla tenerezza della misericordia.

In tutto questo anche il monaco è memore dell’invito di Gesù ad essere perseveranti: «Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato», ci ha detto nel Vangelo. Pur consapevole delle contraddizioni e delle storture che caratterizzano la storia dell’umanità; pur conscio di quanto essa sia profondamente segnata dalle violenza, dalle ingiustizie e dalle oppressioni di ogni genere che ammorbano e di­struggono la vita; ciò nonostante, nel monaco rimane salda e incrollabile la fiducia nello sguardo amoroso del Signore, assieme alla certezza che Egli continua a tenere saldamente tra le sue mani il filo rosso della storia.

Partecipe dello sguardo di Dio sulla storia, il monaco, dunque, non si arrende alle contraddizioni di quest’ultima, ma continua a corrispondere all’amore di Dio mantenendo vivo il suo sogno, quello che reso manifesto all’inizio della creazione quando, facendo gli esseri umani a sua immagine e somiglianza, Dio volle che fossero un riflesso della sua bontà.

Sul cri­nale della storia il monaco veglia, come sentinella, per arginare le tenebre mortifere del male, perseverando nella testimonianza dell’unica cosa che lo può contrastare e che può dare un senso vero e duraturo alla vita di quaggiù: l’amore vicendevole e verso tutti insegnatoci da Gesù. E questa perseveranza nell’amore deve brillare di luce vivida al cuore delle nostre comunità monastiche.

 

Tuttavia, carissima Sr. Maria Gabriela, il “sì”, con il quale, attraverso i voti, stai per consegnare a Dio la tua vita per entrare nella libertà del suo Amore infinito, non cancellerà la consapevolezza della tua fragilità. Noi monaci e monache qui presenti lo possiamo testimoniare. Perciò, mutuando le parole dell’apostolo Paolo ascoltate nella seconda lettura (cf. 2Cor 4,7-15) – parole che sottoscriviamo pienamente – possiamo senz’altro affermare che anche la bellezza racchiusa nella nostra vocazione monastica è come un tesoro conservato in vasi di creta. E quei vasi di creta siamo noi, con le nostre debolezze e le nostre lentezze nel rispondere all’amore del Signore che ci ha chiamati a seguirlo più da vicino.

Eppure, queste nostre stesse fragilità fanno apparire la straordinaria potenza che viene da Lui, dal Signore, e richiamano il primato della sua grazia nella nostra vita di consacrati. Non faremmo nulla di buono, infatti, se non fossimo sostenuti dalla potenza luminosa della sua grazia. E ciò fa prorompere dal nostro cuore la gratitudine e la lode, basate – come ci ha ricordato la prima lettura, tratta dal Libro del Siracide (cf. Sir 51,1-8) – sul ricordo della misericordia divina e della sua grandezza. Sì, ad accendere e a mantenere viva la speranza nel nostro cuore, anche quando la fatica del cammino si fa sentire, è proprio il ricordo di Dio e della grande misericordia con cui Egli ci avvolge, ci protegge e ci incoraggia.

 

Carissima Sr. Maria Gabriela, il Signore ti ha scelta perché, attraverso una sempre più intima conformazione a Lui nella vita monastica, tu possa gustare la gioia e la bellezza di una vita donata e spesa al suo servizio e al servizio dei fratelli.

Ti auguriamo davvero di «non anteporre nulla al Cristo» (RB 72,11), e di vivere con gioia e generosità il programma benedettino dell’ora, labora et lege all’interno del cerchio fraterno costituito dalla comunità di sorelle che vivono qui a S. Vincenzo al Volturno.

E conta pure sull’affettuosa vicinanza di tutti noi e sulla nostra preghiera, che affidiamo all’intercessione della Vergine Maria, dei Ss. Benedetto e Scolastica, di S. Vincenzo e dei Ss. Martiri Volturnensi, affinché chiedano al Signore che «con l’avanzare nella vita monastica e nella fede il tuo cuore si dilati e con indicibile dolcezza d’amore tu possa correre sulla via dei suoi comandamenti» (cf. RB, Prol. 49).

E così sia.

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